European Parkinson Therapy: PARKINSON PODCAST NETWORK
Troppi persone vivono in ansia in un mondo grigio. Questa Podcast spiega l'altro lato del Parkinson. Vivere, sorridere, mouvere! www,terapiaparkinson.it
TO MANY PEOPLE LIVE IN FEAR, THESE PODCASTS SHOW ANOTHER SIDE... JOY, A SMILE AND QUALITY OF LIFE.
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European Parkinson Therapy: PARKINSON PODCAST NETWORK
ITALIANO Curare il Parkinson oltre la Levodopa
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Executive Summary
Modern science-based rehabilitation for Parkinson’s has shifted from a reactive, medication-only model to a proactive, holistic, and person-centered framework. This approach is defined by "integrated care" which positions the individual as the central driver of their own health outcomes. Key takeaways include the prioritization of intensive exercise as "medicine for the brain," the implementation of multidisciplinary care teams, and the cultivation of self-efficacy to manage both motor and non-motor symptoms. Emerging protocols, such as the ReGen program, demonstrate that significant motor and psychological improvements can be achieved through concentrated, multi-pillar interventions that leverage the brain's ability to adapt.
Sai, di solito quando parliamo di una diagnosi medica c'è questa aspettativa quasi, non so, confortante di precisione ingegneristica. Voglio dire, ti rompi un braccio, vai a fare una radiografia, guardi e vedi quella linea bianca un po' frastagliata sull'osso.
SPEAKER_00Chiaro, e il chirurgo indica lo schermo e ti dice che il problema è esattamente quello lì.
SPEAKER_02Esatto. E il fascino della medicina binaria, in un certo senso.
SPEAKER_00Ci tranquillizza molto, sì, perché offre un bersaglio visibile, qualcosa di categorizzabile, rotto o intatto, sano o malato.
SPEAKER_02Ma poi Voglia del mondo della neurologia complessa e in particolare della gestione del Parkinson e improvvisamente quella macchina a raggi X si spegne.
SPEAKER_00Si spegne del tutto.
SPEAKER_02Il quadro diventa incredibilmente torbido, cioè non c'è un singolo osso rotto da indicare, ma una rete enorme di sintomi che insomma variano da persona a persona, o persino da un'ora all'altra.
SPEAKER_00E questa rappresenta proprio la definizione perfetta di quelle che noi ricercatori chiamiamo le acque fangose della clinica.
SPEAKER_02Navigarle richiede strumenti completamente diversi da quelli che usiamo per un problema acuto.
SPEAKER_00E proprio per questo la nostra missione per questa esplorazione di oggi è fornire una bussola aggiornata. Senza girarci troppo intorno, navigheremo in queste acque utilizzando le mappe cliniche più avanzate che abbiamo a disposizione.
SPEAKER_02Mappe che abbiamo analizzato a fondo.
SPEAKER_00Certo.
SPEAKER_02Parlo di una sintesi cruda e fattuale basata sui dati. Parliamo del protocollo Region, delle linee guida di Parkinson Canada e soprattutto dei quadri concettuali delineati dai massimi esperti mondiali con cui ci confrontiamo.
SPEAKER_00Neurologi del calibro di Buzz Blem, Michael Okun, Ricci Aduri.
SPEAKER_02E Fabrizio Stocchi, esatto.
SPEAKER_00Vogliamo isolare rigorosamente ciò che funziona davvero a livello biologico e, beh, scartare le finzioni.
SPEAKER_02Guarda, il punto cruciale di questa nostra analisi è proprio decostruire la buio che si fa della parola olistico.
SPEAKER_00Ah sì.
SPEAKER_02Troppo spesso viene liquidata come un termine da centro benessere.
SPEAKER_00Sì, candeli profumate, cose del genere.
SPEAKER_02Esatto. Ma nella gestione di una condizione neurodegenerativa ha implicazioni chimiche, fisiche e psicologiche che sono assolutamente misurabili. Se non comprendiamo le interazioni tra tutti questi sistemi, anche il farmaco più potente perde gran parte della sua efficacia.
SPEAKER_00Allora iniziamo proprio da qui, perché prima ancora di poter parlare di dosaggi o di recettori della dopamina, i dati ci impongono un riavvio totale del sistema.
SPEAKER_02Concordo. Dobbiamo cambiare il modo in cui concepiamo chi riceve la diagnosi. E mi ha colpito profondamente il caso di Alexander Reid, il fondatore dell'Ean Parkinson Therapy Center.
SPEAKER_00Una storia incredibile, la sua.
SPEAKER_02Riceve questa diagnosi a soli 47 anni, nel piano della sua carriera. E l'approccio medico iniziale che ha ricevuto è stato di una di una freddezza disarmante.
SPEAKER_00Una rapida prescrizione e via.
SPEAKER_02Letteralmente. Prendi queste pillone, ci vediamo tra sei mesi, è fuori dalla porta.
SPEAKER_00E quell'atteggiamento clinico così distaccato sai, genera un danno che va ben oltre la sfera emotiva. Reed ha sperimentato in prima persona come l'apatia del sistema medico si trasferisca in qualche modo al paziente.
SPEAKER_02Inducendo uno stato di paralisi quasi.
SPEAKER_00Una vera paralisi proattiva. E questo lo ha portato a ridefinire l'intero lessico della sua condizione. Infatti lui si rifiuta di usare la parola malattia.
SPEAKER_02Ah sì, questa cosa è affascinante.
SPEAKER_00La definisce una condizione, sottolineando che tutti invecchiando subiscono un calo di dopamina.
SPEAKER_02Certo, è fisiologico.
SPEAKER_00Il suo sistema nervoso semplicemente la consuma a un ritmo più accelerato e propone persino di smettere di scriverlo con la lettera maiuscola il Parkinson per togliere quel potere, sai, reverenziale che terrorizza chi riceve la diagnosi.
SPEAKER_02Ma da un punto di vista psicologico è una ribellione bellissima. Però voglio dire, fare questo gioco di semantica cambia davvero i risultati clinici in ospedale.
SPEAKER_00È qui che entra in gioco il famoso modello del sistema solare del dottor Michael Hawken.
SPEAKER_02Ok, spiegami meglio.
SPEAKER_00Lui sostiene che il paziente è il sole e che l'intero ecosistema medico debba orbitare intorno a lui.
SPEAKER_02Ma in termini pratici, come si traduce questa visione astronomica in una cura migliore? Non è solo insomma un bel pensiero motivazionale.
SPEAKER_00Tutt'altro cambia fisicamente proprio l'architettura dell'intervento medico.
SPEAKER_02In che senso?
SPEAKER_00Nel modello tradizionale il paziente è visto come un corpo estraneo che deve in qualche modo adattarsi agli ingrenaggi dell'ospedale. Invece nel modello di Otto Sun, se il paziente è il Sole, i pianeti rappresentano le risorse necessarie per mantenere l'equilibrio gravitazionale.
SPEAKER_02Ok, quindi chi sono questi pianeti?
SPEAKER_00Beh, Mercurio, che è l'orbita più vicina e vitale, e la comunicazione costante e il caregiver. I satelliti esterni sono la telemedicina per il monitorazio continuo.
SPEAKER_02E c'erano anche degli asteroidi, se non ricordo male.
SPEAKER_00Esatto, la cintura di asteroidi rappresenta la burocrazia assicurativa o sanitaria che il team clinico deve aiutare a navigare per, sai, evitare collisioni disastrose.
SPEAKER_02E poi c'è Plutone. Lontano, freddo, ma con un'attrazione gravitazionale che non puoi assolutamente ignorare, ovvero lo stigma sociale.
SPEAKER_00Ma infatti è proprio così. Se non gestisci Plutone, cioè se non affronti la vergogna e la depressione, i livelli di cortisolo si alzano a dismisura.
SPEAKER_02E lo stress fa danni fisici reali.
SPEAKER_00Danni enormi. Lo stress cronico accelera neurobiologicamente il declino e blocca la neuroplasticità. Come dice lo stesso Reid, il vero nemico non è la perdita di dopamina in sé.
SPEAKER_02È l'apatia?
SPEAKER_00È l'apatia. Un paziente apatico smette di muoversi, si nutre male e collassa molto molto prima. Quindi, sì, considerare il paziente come il centro di un sistema solare è un imperativo clinico, non è solo una metafora poetica da libro di autoaiuto.
SPEAKER_02Quindi se il paziente del Sole e il team medico sta cercando di gestire questo enorme ecosistema, come misuriamo quali orbite funzionano e quali invece rischiano di far schiantare il sistema?
SPEAKER_00È bella domanda.
SPEAKER_02Perché sai, gestire i farmaci richiede strumenti decisamente diversi rispetto al gestire l'apatia o lo stigma sociale.
SPEAKER_00E qui ci viene in aiuto il concetto dello spettro delle evidenze.
SPEAKER_02Quello teorizzato dal dottor Basblane, giusto?
SPEAKER_00Esattamente. Invece di pensare in termini binari, tipo funziona o non funziona, dobbiamo ragionare per sfumature. All'estremo dello spettro c'è il bianco, ovvero interventi con una certezza scientifica inattaccabile, supportati da decenni di studi randomizzati a doppio cieco.
SPEAKER_02Come sappiamo, insomma, per il Parkinson questo gold standard assoluto, il bianco puro, è la levodopa.
SPEAKER_00Senza dubbio.
SPEAKER_02Una molecola che va a sostituire la dopamina mancante e restituisce la mobilità.
SPEAKER_00Corretto. All'estremo opposto invece c'è il nero, le bufale pseudoscientifiche.
SPEAKER_02Ah, quelle non mancano mai.
SPEAKER_00Le cure miracolose, prive di fondamento, sai, tipo certe diete estreme o usare la cristalloterapia per curare i tremori.
SPEAKER_02O nuotare con i delfini, che avevamo letto.
SPEAKER_00Esatto, ma il vero campo di battaglia per i ricercatori oggi è la sterminata zona grigia.
SPEAKER_02Cioè tutto quello che sta nel mezzo.
SPEAKER_00Sì, parliamo di interventi come il tai chi per l'equilibrio o la fototerapia con luce blu per ripristinare i ritmi circadiani, oppure la meditazione mindfulness.
SPEAKER_02E cosa fanno i neurologi con questa zona grigia?
SPEAKER_00Il lavoro della neurologia moderna è testare con spietato rigore scientifico queste pratiche. Se dimostrano di modificare i percorsi neurali in modo oggettivo, vengono promosse nella zona bianca.
SPEAKER_02E se non lo fanno?
SPEAKER_00Se sono inutili, vengono relegate al nero, così evitiamo che i pazienti sprechino tempo ed energie preziosissime.
SPEAKER_02E questo processo di filtraggio, dal grigio al bianco, praticamente, è esattamente ciò che ha strutturato il protocollo Regen, che ormai vediamo applicato in decine e decine di paesi.
SPEAKER_00Hanno fatto un lavoro di sintesi magistrale.
SPEAKER_02Hanno distillato le evidenze in quattro pilastri. Il primo, innegabile, è la terapia farmacologica. E c'è una regola ferrea menzionata tipo in ogni singola riga della letteratura medica.
SPEAKER_00Mai interrompere bruscamente la levodopa. Per nessuna ragione.
SPEAKER_02Esatto. Il secondo pilastro è l'attività fisica. Il terzo è lo stile di vita, e in particolare la nutrizione. E il quarto è il benessere psicologico, che include strategie molto pratiche.
SPEAKER_00Tipo l'uso mirato di beta bloccanti, come il propranololo, per abbassare l'adrenalina e ridurre i tremori prima di un evento pubblico particolarmente stressante.
SPEAKER_02Esatto, tutti e quattro i pilastri devono sostenere il peso simultaneamente. Se ne cede uno, l'intero sistema si inclina.
SPEAKER_00È un equilibrio delicato.
SPEAKER_02Però ascolta, facciamo un momento gli avvocati del diavolo, perché leggendo attentamente questi protocolli, una cosa mi ha fatto un po' storcere il naso. Vai, dimmi. Se l'allevo dopa è già saldamente nella nostra zona bianca e abbiamo detto che è questo miracolo biochimico capace di restituire la fluidità del movimento, perché diavolo abbiamo bisogno di altri tre pilastri? Voglio dire, se mi manca la vitamina C, prendo un integratore e il problema è risolto. Non stiamo forse caricando di responsabilità inutili dei pazienti che insomma stanno già affrontando una sfida titanica?
SPEAKER_00Allora, è un'obiezione logica la tua, ma si scontra purtroppo con i limiti meccanici della farmacologia.
SPEAKER_02In che senso? Limiti meccanici?
SPEAKER_00Nel senso che la levodopa maschera brillantemente i sintomi motori. Alimenta il cervello con la dopamina sintetica che serve per far muovere i muscoli, ma il problema fondamentale è che non modifica affatto il decorso della condizione sottostante.
SPEAKER_01Cioè la degenerazione va avanti.
SPEAKER_00I neuroni continuano a degradarsi. In più, la levodopa ha un'emivita molto complessa. Con il passare degli anni la sua efficacia diventa sempre più altalenante.
SPEAKER_01Le famose fasi on e off di cui si parla tanto.
SPEAKER_00Proprio così, il paziente passa da momenti di movimento fluido a dei veri e propri blocchi improvvisi, quasi come se un interruttore venisse spento di colpo.
SPEAKER_01Caspita!
SPEAKER_00Ma c'è di più. E qui rispondo direttamente al tuo dubbio sul pilastro nutrizionale, che è affascinante. Ok, pensa a come la pillola arriva fisicamente al cervello. La levodopa è fondamentalmente un amminoacido. Per passare dall'intestino al flusso sanguigno e poi attraversare la barriera ematoencefalica deve usare degli specifici trasportatori cellulari.
SPEAKER_02Ok, immagino questi trasportatori un po' come dei piccoli taxi nel nostro flusso sanguigno.
SPEAKER_00Perfetto, un'immagine azzeccatissima. Ora, cosa succede se mangi una bella bistecca o un pasto molto ricco di proteine?
SPEAKER_02Beh, le proteine vengono digerite.
SPEAKER_00Esatto, vengono scomposte in altri amminoacidi e indovina un po'. Questi amminoacidi del cibo usano gli stessi identici taxi della levodopa.
SPEAKER_02Ah, quindi si crea traffico.
SPEAKER_00Si crea un ingorgo mostruoso. Se assumi il farmaco insieme a un carico proteico importante, gli amminoacidi del cibo rubano fisicamente il posto sul taxi.
SPEAKER_02E la levodopa rimane a piedi.
SPEAKER_00Rimane a piedi, non viene assorbita, non raggiunge il cervello e tu rimani bloccato fisicamente nonostante tu abbia preso la tua pillola esattamente all'ora giusta.
SPEAKER_02È incredibile questa cosa. Letteralmente il tuo pasto e il tuo farmaco salvavita stanno combattendo per lo stesso parcheggio biochimico.
SPEAKER_00È una lotta per la sopravvivenza dei recettori.
SPEAKER_02E questo spiega da solo perché non puoi assolutamente limitarti a prendere la pillola ignorando la dieta. Devi per forza separare l'assunzione di proteine da quella dei farmaci per garantire l'assorbimento.
SPEAKER_00È imperativo, altrimenti il farmaco è inutile.
SPEAKER_02Ma tornando a quello che dicevi sul fatto che il farmaco non ferma il degrado dei neuroni. Insomma, è qui che il secondo pilastro, l'esercizio fisico, entra in gioco in modo prepotente, vero?
SPEAKER_00Diventa proprio il perno centrale di tutto l'approccio. L'attività fisica aerobica sta transitando a una velocità impressionante dalla zona grigia di cui parlavamo prima a una luce bianca accecante nello spettro delle evidenze.
SPEAKER_02Non è più vista solo come un modo per dai, tenersi in forma.
SPEAKER_00Assolutamente no. È vista come un vero e proprio modificatore della condizione.
SPEAKER_02Infatti, le cifre del programma regen sono sbalorditive. Parlano di recuperi motori fino al 60% per i pazienti che si attengono a regimi di esercizio specifici.
SPEAKER_00Numeri che cambiano la vita.
SPEAKER_02Consigliano 150 minuti a settimana di attività aerobica intensa, o persino quelle che chiamano, anche se il termine mi fa un po' sorridere, brevi raffiche di esercizio.
SPEAKER_00Sì, gli snack di esercizio.
SPEAKER_02Cose come fare le scale velocemente per due minuti, ripetuto magari 15 volte durante il giorno. Ma siamo onesti, sentiamo dire da sempre che il movimento fa bene alla salute.
SPEAKER_00Certo.
SPEAKER_02Qual è la reale meccanica dietro a questo, nel caso del Parkinson? Perché una semplice passeggata veloce dovrebbe riuscire a fermare un declino neurologico?
SPEAKER_00Perché quando parliamo di attività fisica intensa nel Parkinson non stiamo cercando di aumentare la massa muscolare. Non ci interessa il bicipite. Stiamo letteralmente innescando la neuroplasticità. Il lavoro del neuroscienziato Jay Alberts è illuminante su questo punto.
SPEAKER_02Cosa ha scoperto?
SPEAKER_00Ha condotto degli studi facendo pedalare i pazienti su delle biciclette tandem e li forzava a mantenere una cadenza di pedalata molto molto più alta di quella che avrebbero scelto autonomamente. Parliamo di circa 80-90 giri al minuto.
SPEAKER_02Praticamente li ha costretti a superare brutalmente il loro limite di comfort.
SPEAKER_00Esatto. E la cosa sorprendente è ciò che succede dentro il cervello quando lo spinge a quel ritmo. L'esercizio forzato stimola il rilascio di fattori neurotrofici derivati dal cervello, in particolare una proteina che si chiama BDNF.
SPEAKER_02Che sarebbe?
SPEAKER_00Pensala un po' come un fertilizzante chimico per i neuroni.
SPEAKER_02Un fertilizzante.
SPEAKER_00Sì, aiuta a proteggere le cellule cerebrali che sono ancora sane e forza il cervello a creare nuove sinapsi, cioè dei nuovi percorsi alternativi per aggirare le aree che sono state danneggiate. Wow! Ecco perché Jay Alberts definisce l'esercizio non un passatempo, ma una vera e propria medicina. Ha un dosaggio, ha una frequenza precisa e altera chimicamente il sistema nervoso centrale.
SPEAKER_02A proposito di alterare il sistema nervoso centrale, c'è una parte della ricerca che mi ha lasciato davvero perplesso durante la nostra esplorazione.
SPEAKER_00Quale?
SPEAKER_02Leggevo le sezioni relative al consenso Delfi, quello sulle linee guida per la DBS, la stimulazione cerebrale profonda.
SPEAKER_00Argomento delicatissimo.
SPEAKER_02Per inquadrarla per un attimo, parliamo di altissima chirurgia, cioè impiantano fisicamente degli elettrodi direttamente nel nucleo subtalamico del cervello.
SPEAKER_00Esatto, e li collegano a un pacemaker nel petto.
SPEAKER_02Sì, per inviare questi impulsi elettrici che spengono letteralmente i tremori e la rigidità muscolare più grave. E fin qui, insomma, ci siamo, è tecnologia incredibile.
SPEAKER_00E quasi fantascienza è diventata realtà.
SPEAKER_02Ma il consenso Delfi afferma che anche con questo hardware fantascientifico impiantato nella testa, la fisioterapia convenzionale rimane fortemente raccomandata. E io mi chiedo perché? Se hai un chip cablato nel cervello che corregge l'errore elettrico alla base, a cosa ti serve fare ancora ginnastica sudando in clinica?
SPEAKER_00È un dubbio legittimo, ma è un paradosso solo in apparenza. La DBS fa un lavoro magistrale nell'interrompere i segnali elettrici anomali che causano il tremore a riposo.
SPEAKER_02Azzera il rumore di fondo, insomma.
SPEAKER_00Azzera il rumore di fondo, perfetto, ma il pacemaker non può insegnarti di nuovo a camminare in equilibrio. Devi pensare che, dopo anni passati a muoversi con una postura scorretta o a compensare continuamente la rigidità, la propria eccezione del corpo del paziente è completamente compromessa.
SPEAKER_02La propricezione sarebbe la capacità del cervello di capire dove sono gli arti nello spazio, giusto?
SPEAKER_00Esatto. Quindi la macchina ti sblocca le articolazioni, certo.
SPEAKER_02Ma il tuo cervello ha disimparato a usarle correttamente.
SPEAKER_00Precisamente. La DBS non risolve in alcun modo l'atrofia muscolare che si è accumulata, né migliora l'equilibrio dinamico e soprattutto non cura uno dei sintomi motori più invalidanti e pericolosi in assoluto, il freezing of gate.
SPEAKER_02Quel congelamento improvviso della marcia?
SPEAKER_00Sì, quel momento in cui i piedi del paziente sembrano improvvisamente incollati al pavimento con la super colla, mentre il busto continua ad andare in avanti per inerzia, causando delle cadute disastrose. Molto pericolose. Per riprogrammare questi schemi motori così complessi, serve assolutamente l'intervento umano, mirato di fisioterapisti, logopedisti e terapisti occupazionali.
SPEAKER_02E guarda, le fonti su questo sono anche molto chiare su come deve essere fatta questa terapia.
SPEAKER_00Sì, non lasciano spazio a interpretazioni.
SPEAKER_02Sottolineano ripetutamente che le terapie manuali passive, tipo i massaggi rilassanti, non servono a nuola in questo contesto.
SPEAKER_00Ma infatti.
SPEAKER_02Voglio dire, non stai cercando di sciogliere un muscolo un po' contratto per lo stress dell'ufficio. Devi costringere il sistema nervoso centrale a riattivare volontariamente le connessioni.
SPEAKER_00Serve sforzo attivo, serve sudore e serve un'enorme concentrazione.
SPEAKER_02Il massaggio ti dà un sollievo momentaneo, certo.
SPEAKER_00Ma non induce alcuna neuroplasticità. Il cervello, impare, si modifica solo attraverso la sfida ripetuta. Ed è per questo che il team di Bas Bloom insiste così tanto sul definire degli obiettivi funzionali.
SPEAKER_02Cosa intendono di preciso con obiettivi funzionali?
SPEAKER_00Se tu entri nello studio del medico dicendo voglio ridurre l'ampiezza del mio tremore di due centimetri, stai parlando la lingua arida, tecnica della clinica.
SPEAKER_01Ok.
SPEAKER_00E la verità è che perderai la motivazione dopo una settimana di fisioterapia faticosa perché è un obiettivo freddo.
SPEAKER_02Quindi devi cambiare completamente la prospettiva.
SPEAKER_00Esatto. Invece di focalizzarti sul sintomo numerico, ti focalizzi sull'azione vitale. Dici voglio rimettermi a giocare a scacchi con mio nipote senza far cadere i pezzi sulla scacchiera.
SPEAKER_02O che ne so, voglio riuscire ad allacciarmi gli scarponi da solo per tornare a fare un'escursione in montagna.
SPEAKER_00Questo cambia tutto. Ti dà una spinta emotiva e psicologica che è fondamentale per aderire al protocollo clinico.
SPEAKER_02Ma qui entra in gioco un altro problema enorme che abbiamo scovato nei dati. Fino a questo momento noi abbiamo parlato di tremori, di camminare, di rigidità muscolare. Insomma, tutte cose che si vedono chiaramente dall'esterno. Ma se ci fermiamo solo all'hardware motorio, rischiamo di ignorare un'intera rete di sistemi sotterranei che il pacemaker o l'esercizio fisico non possono nemmeno sfiorare.
SPEAKER_00Quello che nella letteratura neurologica moderna viene definito l'iceberg.
SPEAKER_02L'iceberg, esatto. Noi vediamo solo la punta emersa, il disturbo motorio.
SPEAKER_00Ma sotto il livello dell'acqua c'è una massa titanica di sintomi non motori che rischia letteralmente di affondare l'anale del paziente.
SPEAKER_02E la cosa più subdola, leggendo gli studi, è che questi sintomi emergono spesso anni, persino decenni prima del primissimo lieve tremore a una mano.
SPEAKER_00Parliamo degli indicatori clinici vitali, i cosiddetti dashboard vitals.
SPEAKER_02Guardando i dati, c'è un sintomo che spicca su tutti e giuro che le persone raramente lo associano a un problema neurologico iniziale, l'astitichezza acuta.
SPEAKER_00Che colpisce fino all'80% dei pazienti.
SPEAKER_02E non si tratta solo di un, sai, un fastidioso disagio gastrointestinale.
SPEAKER_00È molto peggio.
SPEAKER_02È un problema serio di disautonomia. Il sistema nervoso autonomo, che è quello che governa tutte le funzioni involontarie del nostro corpo, va letteralmente in tilt. I muscoli dell'intestino perdono la loro coordinazione peristaltica naturale.
SPEAKER_00E se ti ricordi il nostro discorso di prima sui taxi degli amminoacidi?
SPEAKER_02Ma certo, un intestino quasi paralizzato significa che il farmaco rimane bloccato lì e non raggiunge mai l'intestino tenue, dove dovrebbe essere effettivamente assorbito. L'effetto domino è catastrofico.
SPEAKER_00E la disautonomia colpisce ovunque, purtroppo. Le linee guida evidenziano problemi di incontinenza, disfunzione rettile e, molto frequenti, dei pericolosi sbalzi di pressione arteriosa.
SPEAKER_02In particolare l'ipotensione ortostatica neurogena, giusto?
SPEAKER_00Quella sensazione per cui se ti alzi in piedi troppo in fretta, la pressione ti crolla vertiginosamente e sviene.
SPEAKER_02Con conseguente rischio di cadute e fratture che a una certa età sono devastanti.
SPEAKER_00E poi se andiamo ancora più a fondo nell'iceberg ci addentriamo nella zona ancora più scura, i sintomi psichiatrici e cognitivi.
SPEAKER_02Allucinazioni visive, psicosi e deliri strutturati?
SPEAKER_00Sì, e la cosa tragica è che questi non sono sempre solo derivati dalla condizione neurologica stessa. Molto spesso sono un effetto collaterale diretto di farmaci che per il resto sarebbero eccellenti.
SPEAKER_02Su questo punto i dati sui disturbi del controllo degli impulsi mi hanno fatto davvero gelare il sangue.
SPEAKER_00Sono impressionanti.
SPEAKER_02Li diamo i casi clinici di pazienti senza alcuna storia precedente di dipendenze che, dopo aver iniziato ad assumere farmaci chiamati agonisti della dopamina, sviluppano improvvisamente comportamenti compulsivi estremi.
SPEAKER_00Totalmente fuori controllo.
SPEAKER_02Shopping sfrenato che azzera i conti in banca di una vita, l'udopatia, ipersessualità, fame incontrollata, il binge eating. Come fa una banale pillola per il movimento a trasformarti in un giocatore d'azzardo compulsivo da un giorno all'altro? Niente.
SPEAKER_00Vanno purtroppo a inondare anche la via mesolimbica, che è il centro primordiale della ricompensa nel nostro cervello. In particolare iperstimolano i recettori di tre.
SPEAKER_02Quindi cosa succede al paziente?
SPEAKER_00Il cervello viene costantemente bombardato da segnali di gratificazione immediata ed enorme. E la corteccia prefrontale, che normalmente dovrebbe fungere da freno inibitore, quella che ti dice non giocare quei soldi ti servono per pagare l'affitto questo mese. Esatto, quella vocina logica viene completamente disattivata dalla chimica. Quindi la pillola ti dà la capacità meccanica di camminare fino al casino, ma ti dirotta completamente le motivazioni una volta che sei lì.
SPEAKER_02È uno scambio terribile. Ed è per questo che le fonti insistono in modo così marcato sul fatto che la neurologia moderna è l'arte della calibrazione fine.
SPEAKER_00Molto fine.
SPEAKER_02A volte togliere dei farmaci è più importante e benefico che aggiungerne di nuovi. Ho notato, per esempio, che le linee guida raccomandano in caso di allucinazioni di ridurre o rimuovere la stimulazione dopaminergica nelle ore serali. Perché si concentrano proprio sulla sera.
SPEAKER_00Allora, durante il giorno tu hai bisogno della massima potenza farmacologica per muoverti, per andare a lavorare, per vivere la tua vita.
SPEAKER_02Certo.
SPEAKER_00Ma di notte quella stessa fortissima stimolazione chimica nei percorsi visivi e cognitivi impedisce fisicamente al cervello di spegnere l'elaborazione sensoriale.
SPEAKER_02Ah, è come se la mente fosse su di giri.
SPEAKER_00Esatto. Riducendo la dose la sera tu permetti al sistema mesolimbico di riposare un po', abbattendo drasticamente la confusione mentale notturna e i deliri e lo fai senza compromettere in modo inaccettabile la tua mobilità diurna.
SPEAKER_02Si tratta di scolpire quasi il dosaggio attorno ai ritmi di vita del paziente e non viceversa.
SPEAKER_00Sì, ma per fare questo tipo di calibrazione che richiede una precisione chirurgica, il medico deve sapere esattamente cosa sta succedendo nella vita intima del paziente. Eh certo, e qui ci scontriamo frontalmente con l'ultimo grandissimo ostacolo che emerge dalle ricerche di pionieri come Ray Cioduri.
SPEAKER_02Ovvero la necessità assoluta di quella che lui chiama umiltà culturale o competenza culturale.
SPEAKER_00Che è un aspetto che la medicina occidentale, essendo estremamente tecnica e fredda, ha trascurato per troppo troppo tempo.
SPEAKER_02Cosa si intende con umiltà culturale in clinica?
SPEAKER_00Significa riconoscere che la nostra prospettiva medica, quella bianca e occidentale, non è l'unica lente valida attraverso cui valutare l'esperienza della sofferenza.
SPEAKER_02Puoi farmi un esempio pratico?
SPEAKER_00Certo, in molte culture, pensa a culture asiatiche, africane o sudamericane, concetti come la depressione, le allucinazioni o persino la lentezza motoria legata semplicemente all'età portano con sé uno stigma sociale paralizzante.
SPEAKER_02C'è una vergogna radicata profondamente che impedisce la comunicazione pura e semplice. Cioè, se io vengo da un contesto culturale in cui, per dire, ammettere di vedere cose che non esistono è considerato un segno di pazzia incurabile o peggio una maledizione divina. Io non confesserò mai e poi mai al mio neurologo di avere le allucinazioni serali. Mentirò spudoratamente.
SPEAKER_00E se menti, se nascondi la tua ipersessualità per pudore o la tua disperazione profonda, il medico continuerà in buona fede a prescriverti la dose sbagliata di agonisti della dopamina.
SPEAKER_02Credendo che tutto vada per il verso giusto solo perché riesci a camminare dritto in corridoio.
SPEAKER_00Esatto. E nel frattempo l'iceberg sottomarino di cui parlavamo continuerà a crescere a dismisura fino allo schianto totale.
SPEAKER_02Quindi integrare pratiche mente corpo orientali o sforzarsi di adattare il linguaggio clinico alla specifica cultura del paziente non è un esercizio di tolleranza così politically correct?
SPEAKER_00Assolutamente no.
SPEAKER_02È un vero e proprio requisito clinico fondamentale per ottenere dei dati diagnostici reali e utilizzabili.
SPEAKER_00Senza quei dati stai curando un fantasma.
SPEAKER_02E allora, unendo tutti i punti di questa nostra indagine, cosa significa concretamente tutto questo per chi ci sta seguendo? Perché sai, anche per chi non ha a che fare direttamente con il Parkinson o non conosce nessuno che ne soffra, questa nostra immersione nei dati rivela un principio universale.
SPEAKER_00Di biologia e di psicologia. Esatto. Che la salute non si riduce mai a una radiografia perfetta o alla semplice assenza di sintomi evidenti.
SPEAKER_02La salute è l'ingegneria e, oserei dire, la manutenzione proattiva del tuo intero ecosistema vitale.
SPEAKER_00È bilanciare la chimica, lo sforzo fisico, la qualità di quello che mangi, la gestione dello stress e avere un'onestà radicale con chi ti prende in cura.
SPEAKER_02Significa in ultima analisi riclamare la propria agency.
SPEAKER_00Il controllo esecutivo sul proprio corpo e sul proprio futuro, rifiutando proprio quell'apatia paralizzante di cui parlava Alexander Reid all'inizio. Si tratta del definitivo passaggio di testimone dal paziente inteso come diciamo un contenitore passivo di farmaci al paziente inteso come architetto consapevole della propria neuroplasticità.
SPEAKER_02Un gestore attivo del proprio ecosistema di cura. E guarda, prima di concludere questa nostra esplorazione, c'è un'ultima scheggia di informazione nascosta negli studi più recenti che abbiamo esaminato, che volevo assolutamente condividere.
SPEAKER_00Ah, la riabilitazione?
SPEAKER_02Sì, qualcosa che sembra uscita da un libro di fantascienza clinica, ma che apre degli scenari inesplorati straordinari. Parliamo dell'emergente campo della riabilitazione rigenerativa.
SPEAKER_00È un campo che sta unendo i puntini in modo rivoluzionario. Finora abbiamo visto due branche viaggiare su binari paralleli. Da un lato la medicina rigenerativa pura.
SPEAKER_02Ovvero le famose terapie con cellule staminali, per impiantare nuovi neuroni sani e ripristinare il tessuto danneggiato.
SPEAKER_00Esatto. E dall'altro lato la fisioterapia intensiva di cui abbiamo discusso. Quello che la comunità scientifica sta scoprendo ora è che inestare nuove cellule non basta assolutamente, se poi non si insegna loro come integrarsi nel sistema.
SPEAKER_02Fascinante. È come se le cellule staminali costruissero il nuovo hardware del cervello, cioè i nuovi componenti fisici e freschi, ma senza uno stress ambientale specifico, quelle cellule semplicemente non sanno cosa diamine fare.
SPEAKER_00Rimangono inattive ed è qui che l'esercizio fisico, la fisioterapia massiccia e mirata diventa il software indispensabile. L'allenamento intenso inonda letteralmente il cervello di quei segnali biochimici, come il BDNF, che dicono a quelle nuove cellule staminali esattamente dove andare.
SPEAKER_02Mostrano loro come connettersi e quale specifica funzione assumere nel network.
SPEAKER_00Stiamo scoprendo che per rendere davvero funzionale una cura rigenerativa ad altissima tecnologia potremmo avere un bisogno disperato dell'azione più antica, sudata e basilare dell'essere umano.
SPEAKER_02Il movimento fisico intenso e ostinato. Proprio così. È una prospettiva che ci lascia senza fiato e su cui vi invitiamo caldamente a riflettere, perché dimostra che anche nelle acque più fangose e complesse della medicina moderna l'innovazione scientifica, unita alla pura forza di volontà umana, sta tracciando delle mappe nuove.
SPEAKER_00Verso territori di recupero che fino a 10-15 anni fa avremmo considerato puramente impossibili.
SPEAKER_02Davvero un'analisi illuminante. Grazie per aver navigato con noi attraverso queste evidenze. Alla prossima immersione!
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