European Parkinson Therapy Podcast: Parkinson Podcast network

ITALIAN SUMMARY "Architetti del cervello contro il Parkinson.

Alexander Reed Season 2 Episode 3

Use Left/Right to seek, Home/End to jump to start or end. Hold shift to jump forward or backward.

0:00 | 17:05

Esiste un centro che offre un modello di riabilitazione olistico e trasformativo, che considera il cervello come un "giardino" dinamico e adattabile, piuttosto che come una macchina in declino. Elemento centrale di questo approccio è un protocollo a quattro pilastri che integra medicina specialistica, movimento, modifiche dello stile di vita e un quadro psicologico unico, noto come ACMA.

SPEAKER_00

Immaginiamo solo per un attimo di scoprire che una malattia devastante come il morbo di Parkinson inizia a mandare dei segnali a parlare letteralmente attraverso il corpo, decenni prima che le mani inizino a tremare.

SPEAKER_01

C'è un vero e proprio conto alla rovescia silenzioso che sai, la medicina tradizionale spesso ignora del tutto semplicemente perché guarda nel posto sbagliato.

SPEAKER_00

È una realtà clinica davvero sconvolgente, guarda, perché per decenni abbiamo trattato le malattie neurodegenerative concentrandoci solo sui sintomi visibili.

SPEAKER_01

Chiaro, su quello che si vede.

SPEAKER_00

Esatto, su ciò che accade quando il danno neurologico è ormai così esteso che è impossibile da ignorare.

SPEAKER_01

E proprio per questo oggi abbiamo una missione precisa per questa nostra immersione profonda. Andremo ad analizzare una serie di documenti, protocolli clinici e dati provenienti dal Centro Europeo per la Terapia del Parkinson. Che poi è noto come EUpathii.

SPEAKER_00

Esatto, l'obiettivo dell'esplorazione di oggi è capire come un approccio che definirei totalmente fuori dagli schemi, stia cambiando radicalmente il modo in cui affrontiamo una delle malattie neurodegenerative più complesse al mondo. E lo fanno raggiungendo pazienti in ben 45 paesi diversi.

SPEAKER_01

Un impatto globale, insomma.

SPEAKER_00

Globale, sì. E tutto inizia con un cambio di prospettiva che mi ha colpita tantissimo. Cioè, di solito quando pensiamo a una diagnosi medica importante, ci aspettiamo questa precisione meccanica. Ti rompi un osso, si fa la lastra, il medico ripara il danno.

SPEAKER_01

Certo, il classico modello del corpo visto come un motore.

SPEAKER_00

Esatto, ma qui le cose cambiano.

SPEAKER_01

Cambiano completamente perché quel modello meccanico, diciamo, binario, rotto o funzionante, fallisce in modo miserabile quando entriamo nel territorio della neurodegenerazione. Arkinson veniva visto proprio come una macchina destinata prima o poi a perdere potenza, a sgretolarsi.

SPEAKER_00

Una visione abbastanza deprimente, voglio dire.

SPEAKER_01

Decisamente. Ma i documenti del centro europeo ribaltano questa visione, alla base. Loro introducono il concetto del cervello non come un meccanismo, ma come un giardino vivente.

SPEAKER_00

Un giardino vivente pazzesco!

SPEAKER_01

Sì, perché non è una struttura rigida fatta di ingranaggi. È un ecosistema che, anche se sta affrontando una tempesta devastante, conserva comunque la capacità biologica di cambiare, di adattarsi e persino di creare nuove vie neurali.

SPEAKER_00

Ok, analizziamo questo punto perché è fondamentale. Immaginiamo di passare dall'essere un meccanico che cerca disperatamente di riparare un motore ormai fuso, all'essere un giardiniere.

SPEAKER_01

Esattamente la metafora giusta.

SPEAKER_00

Cioè, se sei un meccanico e l'ingranaggio è rotto, fine della storia, ti arrendi. Ma se sei un giardiniere e vedi un ramo appassito non è che bruci tutto il prato. Certo che no. Poti rami secchi, magari cambi il concime, scavi dei nuovi canali per far arrivare l'acqua dove serve. Insomma, cambia completamente le regole del gioco.

SPEAKER_01

Cambia il gioco perché si basa su un meccanismo biologico reale, che è la neuroplasticità. Il cervello umano ha questa straordinaria capacità fisica di riorganizzarsi formando nuove connessioni sinaptiche. Nel Parkinson sappiamo che la malattia distrugge progressivamente i neuroni che producono dopamina.

SPEAKER_00

Quelli nella sustanzia nigra, giusto?

SPEAKER_01

E il vecchio approccio diceva che, morta quella zona, la partita era chiusa. Sfruttare la neuroplasticità, invece, significa costringere il cervello a tracciare dei percorsi alternativi.

SPEAKER_00

Come costruire una deviazione stradale.

SPEAKER_01

I motori e cognitive possano comunque viaggiare.

SPEAKER_00

Però, sai, tutto questo discorso sul giardino neurale e la neuroplasticità suona bellissimo in teoria, ma leggendo le fonti emerge un ostacolo pratico gigantesco.

SPEAKER_01

Il problema dell'ambiente.

SPEAKER_00

L'ambiente, sì. Perché puoi avere le migliori intenzioni del mondo, ma se cerchi di far crescere questo giardino in un ambiente che ti rema contro fin dal primo istante è dura. Infatti i dati di Eupath mostrano una rottura totale con il modello ospedaliero standard, cioè non usano nemmeno la parola pazienti.

SPEAKER_01

No, infatti, li chiamano ospiti.

SPEAKER_00

Ospiti.

SPEAKER_01

E non è solo una scelta stilistica. Questa terminologia riflette un'impostazione clinica ben precisa. Il centro è stato fondato da una persona che vive la patologia in prima persona, quindi si basa su principi cardine molto forti.

SPEAKER_00

Del tipo.

SPEAKER_01

Del tipo. Il futuro appartiene alla persona e non alla malattia. E l'ambiente in cui ti trovi è considerato linfa vitale. Entrare in un ospedale classico, sai, con i corridoi assettici, i camici bianchi e quel linguaggio che rimarca di continuo parole come degenerativo o incurabile.

SPEAKER_00

Mette angoscia solo a dirlo.

SPEAKER_01

Esatto, e innasca reazioni fisiologiche misurabili.

SPEAKER_00

Ok, ma qui faccio un po' l'avvocato del diavolo. Come si fa a dire a una persona che ha appena ricevuto una diagnosi degenerativa gravissima di non sentirsi un paziente e farsi chiamare ospite, non si rischia di cadere in una specie di ottimismo ingenuo o addirittura tossico, ignorando la realtà oggettiva della malattia.

SPEAKER_01

È una critica validissima, ma ciò che è davvero affascinante qui è che non stiamo parlando di pensiero magico o di chiudere gli occhi di fronte al problema.

SPEAKER_00

E di cosa parliamo allora?

SPEAKER_01

Parliamo di disinnescare scientificamente un fenomeno clinico devastante, che è l'effetto nocebo.

SPEAKER_00

Il contrario dell'effetto placebo in pratica.

SPEAKER_01

Perfetto, l'opposto esatto. Quando una persona entra in un ambiente che percepisce come un capolinea o si sente costantemente etichettare come malato, senza speranza, il suo sistema endocrino ha una reazione.

SPEAKER_00

Va in allarme.

SPEAKER_01

Inizia a secernere dosi massicce di cortisolo e adrenalina, gli ormoni dello stress. E nel caso del Parkinson questo stress amplifica istantaneamente i sintomi, cioè peggiora fisicamente la situazione. Subito. I tremori aumentano, i muscoli diventano ancora più rigidi, la fluidità del movimento crolla. Quindi cambiare vocabolario e modificare l'ambiente è letteralmente il primo passo terapeutico per fermare questa cascata ormonale nociva.

SPEAKER_00

Wow! Quindi disinnescare il nocebo non è solo, sai, una carezza psicologica, ma un intervento per bloccare un peggioramento fisico indotto dall'ambiente stesso.

SPEAKER_01

Esattamente.

SPEAKER_00

C'è una frase nei documenti che mi ha colpito molto e che riassume questo concetto. La speranza non è un'illusione, è una conseguenza.

SPEAKER_01

Una conseguenza del lavoro clinico, sì.

SPEAKER_00

Ti mettono in una condizione dove la speranza è il risultato biologico e logico di quello che fai. E da quello che ho letto, questo lavoro si regge su un'architettura rigorosissima, i famosi quattro pilastri del centro.

SPEAKER_01

Sì, perché questo approccio olistico sta in piedi solo se poggia su basi scientifiche. Il primo pilastro, ovviamente, è la medicina.

SPEAKER_00

Chiaro, i farmaci servono.

SPEAKER_01

L'ottimizzazione farmacologica è imprescindibile. Poi c'è il secondo pilastro, la terapia del movimento. Ma attenzione, non parliamo di ginnastica dolce.

SPEAKER_00

Nessuna passeggiata nel parco.

SPEAKER_01

No, sono interventi mirati a forzare il corpo oltre la sua zona di comfort proprio per stimolare la neuroplasticità di cui parlavamo prima. Il terzo pilastro è la terapia dello stile di vita: nutrizione, sonno, gestione dell'infiammazione.

SPEAKER_00

E poi c'è il quarto pilastro, che mi sembra di capire sia il vero motore di tutto il sistema.

SPEAKER_01

Lo è, ed è la psicologia clinica e la terapia motivazionale.

SPEAKER_00

Che nei loro protocolli ha un acronimo specifico: Acma, ACMA. Esatto. E scompone tutto il percorso psicologico. La prima lettera, la A, sta per accettazione. Ed è qui che la cosa si fa davvero interessante, perché di solito pensare all'accettazione significa immaginare qualcuno che alza bandiera bianca.

SPEAKER_01

Una resa incondizionata.

SPEAKER_00

Esatto, una arresa. Invece l'educazione che forniscono porta a un'accettazione che è più simile, all'accensione di un interruttore radar. E ammettere: Ok, il nemico è qui, ora so esattamente dove si trova e come colpirlo.

SPEAKER_01

È un'accettazione attiva.

SPEAKER_00

E serve a preparare il terreno per la C di ACMA, che è la comprensione.

SPEAKER_01

Cioè capire cosa sta succedendo al proprio corpo.

SPEAKER_00

Capire la meccanica dell'avversario e scindere la propria identità dalla malattia. Avere la consapevolezza di avere il Parkinson senza diventare il Parkinson. E una volta compreso questo, si passa alla M.

SPEAKER_01

La motivazione.

SPEAKER_00

Esatto. E qui i clinici usano un concetto che a prima vista è una provocazione assurda. Dicono che riprendere il controllo e combattere è divertente.

SPEAKER_01

Divertente. Voglio dire come si fa a rendere divertente una lotta contro il tuo stesso corpo che non risponde più. Sembra un paradosso crudele, ma impossibile, il suo cervello rilascia neurotrasmettitori della soddisfazione.

SPEAKER_00

E da si arriva all'ultima lettera.

SPEAKER_01

La A di azione. Mettere in pratica tutto questo quotidianamente per diventare, e questa è la loro terminologia, architetti del proprio cervello.

SPEAKER_00

Architetti del proprio cervello è potente ed è anche una necessità vitale, perché il Parkinson non è solo un nemico motorio visibile, c'è tutta una guerra invisibile che inizia molto prima. E qui torniamo a quel segnale di allarme precoce di cui parlavamo all'inizio.

SPEAKER_01

I sintomi prodromici.

SPEAKER_00

Parliamo della stitichezza, che nei documenti ha dei numeri spaventosi.

SPEAKER_01

Sì, i dati sono sconvolgenti. Problumi gastrointestinali gravi colpiscono tra il 20 e l'85% delle persone con Parkinson. E la cosa pazzesca è che questo sintomo può precedere i tremori motori di 20 anni.

SPEAKER_00

20 anni prima, cioè l'allarme antincendio suona in cantina per due decenni prima che qualcuno veda il fumo in salotto. Ma fisiologicamente perché succede?

SPEAKER_01

Entriamo nella biologia molecolare. Il Parkinson è legato all'accumulo tossico di una proteina chiamata alfasinucleina.

SPEAKER_00

Che non appare nel cervello per magia da un giorno all'altro, suppongo.

SPEAKER_01

Assolutamente no. Le ricerche indicano che questo accumulo anomalo inizia proprio nel sistema nervoso enterico.

SPEAKER_00

Nell'intestino.

SPEAKER_01

Sì, l'enorme rete di neuroni del tratto gastrointestinale. Questa proteina mal ripiegata si accumula e danneggia il sistema nervoso autonomo, paralizzando i normali movimenti dello stomaco e dell'intestino. Ecco perché l'astitichezza.

SPEAKER_00

E poi da sale verso il cervello.

SPEAKER_01

L'ipotesi più accreditata è proprio questa: viaggia verso l'alto attraverso il nervo vago, impiegando anni fino ad arrivare al tronco encefalico e alla substanzia nigra, dove alla fine scatena i problemi motori.

SPEAKER_00

È inquietante ma affascinante allo stesso tempo. Se solo si smettesse di guardare solo il fumo e si guardassero le fondamenta.

SPEAKER_01

Cambierebbe tutta la diagnostica precoce.

SPEAKER_00

E tra l'altro c'è un altro sintomo invisibile di cui si parla ampiamente nei documenti, il mostro dell'apatia.

SPEAKER_01

Ah, l'apatia, l'elefante nella stanza della neurologia.

SPEAKER_00

Perché i modelli clinici vecchi, e da quanto leggo sono usati ancora in tantissimi ospedali, la confondono con qualcos'altro, giusto?

SPEAKER_01

Sì, i modelli degli anni 60 che scambiano l'apatia per una banala depressione reattiva o addirittura per pigrizia. Il malato è triste, quindi non fa nulla.

SPEAKER_00

Invece i ricercatori del centro europeo cosa dicono?

SPEAKER_01

Hanno usato modelli matematici moderni per dimostrare che l'apatia è un danno organico. Strutturale. Ricordi la dopamina?

SPEAKER_00

Quella che viene a mancare e causa i tremori.

SPEAKER_01

Esatto. Ma la dopamina non serve solo a muovere i muscoli, è il carburante principale del sistema di ricompensa e della motivazione.

SPEAKER_00

Quindi se muoiono quei neuroni non è che perdi solo la capacità fisica di alzarti e prenderti un bicchiere d'acqua.

SPEAKER_01

Perdi la voglia di farlo. Chimicamente. Ti scompare la voce in testa che ti dice vale la pena.

SPEAKER_00

E questo porta le persone a isolarsi completamente, a dire no alla vita.

SPEAKER_01

Esatto.

SPEAKER_00

Ma come si combatte questo mostro senza limitarsi a dare, sai, degli antidepressivi in pillole?

SPEAKER_01

Il centro è creato quello che definiscono un circuito di feedback negativo. Un ambiente progettato per, diciamo, punire l'inerzia, senza però danneggiare il paziente.

SPEAKER_00

Aspetta, punire in pratica come funziona senza sembrare una cosa crudele per chi già sta male.

SPEAKER_01

Funziona creando attrito. Nell'ambiente clinico tradizionale, se sei apatico resti a letto e l'infermiere magari ti porta il vassoio in camera, assecondando il tuo isolamento.

SPEAKER_00

Ti rendono comodo il fatto di arrenderti.

SPEAKER_01

Esatto. Da Eupatarm, invece, l'ambiente è strutturato in modo che isolarsi sia più faticoso che partecipare. Se vuoi mangiare, devi fare lo sforzo di prepararti, uscire e andare in sala da pranzo con gli altri.

SPEAKER_00

Ah, geniale!

SPEAKER_01

E se salti una terapia non viene ignorato. Scatta un intervento immediato dello staff psicologico per capire il blocco. Sostanzialmente si inganna la mancanza di dopamina rimettendo in moto il sistema di ricompensa tramite l'azione obbligata ma supportata.

SPEAKER_00

Alzano il costo dell'arrendersi. E questa battaglia contro la rassegnazione non serve solo a chi è il Parkinson. C'è tutta una parte dell'analisi dedicata agli eroi dimenticati di questa storia.

SPEAKER_01

I caregiver.

SPEAKER_00

I familiari. Perché una malattia che dura decenni non colpisce mai una persona sola.

SPEAKER_01

No, l'esaurimento dei caregiver è una crisi sanitaria enorme, spesso nascosta. I documenti parlano chiaro: in media un familiare fornisce 31 ore a settimana di assistenza non retribuita.

SPEAKER_00

Un vero e proprio secondo lavoro.

SPEAKER_01

E parliamo della media. Nelle fasi avanzate il 50% dei caregiver supera le 100 ore a settimana.

SPEAKER_00

100 ore, ma una settimana ne ha 168. Se togli il tempo per dormire male, annulla completamente l'esistenza di un coniuge o di un figlio.

SPEAKER_01

Fagocita interfamie. Ecco perché l'approccio di Upatte considera la famiglia come parte vitale della linfa del giardino. Rendere l'ospite più autonomo significa restituire vita e dignità a chi lo assiste.

SPEAKER_00

Ed è qui che si chiude il cerchio, arrivando al momento della verità. Abbiamo visto la filosofia, i quattro pilastri, la lotta all'apatia, ma stringi stringi, quali sono i risultati effettivi di questo approccio listico? Cos'è il protocollo regen?

SPEAKER_01

Il Regen è il loro programma intensivo di punta, settimane di immersione totale.

SPEAKER_00

Cioè, cosa fanno?

SPEAKER_01

Fisioterapia ad alta intensità per rompere la rigidità muscolare, laboratori di logopedia, educazione alimentare, terapia psicologica giornaliera con il metodo ACM. Tutto in comunità, niente isolamento.

SPEAKER_00

Un campo di addestramento clinico. E i dati finali?

SPEAKER_01

I dati dimostrano che, pur non potendo curare o debellare la malattia alla radice, il cambiamento è reale. Si registra una riduzione dei sintomi complessivi fino al 40%.

SPEAKER_00

40% in meno dei sintomi.

SPEAKER_01

Sì, è un rallentamento oggettivo della progressione, ma il dato più impressionante è il recupero motorio. Fino al 60% di recupero al termine del programma.

SPEAKER_00

60%. In una malattia che tutti considerano un viaggio a senso unico verso il declino. Questo non è solo rincuorante, è puramente empirico. Dimostra che se tratti il corpo come un ecosistema complesso e togli il carico ai familiari, i numeri rispondono in modo sbalorditivo.

SPEAKER_01

Sbalorditivo e incontrovertibile. Solleva enormi interrogativi su cosa significi davvero curare nella medicina moderna.

SPEAKER_00

E proprio su questo punto vorremmo chiudere questa esplorazione profonda. Abbiamo fatto un viaggio incredibile. Dall'abbandonare l'idea del cervello come macchina rotta a favore del giardino neurale, lo smantellamento dell'effetto nocebo, i quattro pilastri.

SPEAKER_01

La battaglia contro i sintomi invisibili.

SPEAKER_00

Esatto, e l'impatto vitale sui caregiver, che non vanno mai dimenticati.

SPEAKER_01

Assolutamente.

SPEAKER_00

E tutto questo ci porta a un pensiero provocatorio, a una riflessione che lasciamo a chi ci ascolta. Abbiamo visto che la neuroplasticità, una scelta psicologica forte e l'eliminazione delle aspettative negative possono far retrocedere i sintomi di una grave malattia degenerativa fino al 40%.

SPEAKER_01

Numeri che fanno riflettere.

SPEAKER_00

Esatto! Quindi quanto potere inutilizzato ha il nostro cervello per superare le normali sfide quotidiane. Voglio dire, se ci sono persone che riescono a essere gli architetti del proprio cervello nel bel mezzo di una tempesta devastante come il Parkinson, ridisegnando la propria rete neurale. Quali scuse abbiamo noi per non prendere in mano gli attrezzi del giardiniere nella nostra vita di tutti i giorni? A voi la riflessione, alla prossima esplorazione.

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