European Parkinson Therapy Podcast: Parkinson Podcast network

ITALIANO Pazienti che formano pazienti col Parkinson

Colin Alexander Reed Season 1 Episode 7

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0:00 | 16:25

Stiamo per lanciare un programma terapeutico per i pazienti di nuova diagnosi. Questo podcast delinea il corso e mostra come stiamo formando i nostri relatori.

Stiamo per lanciare un programma di terapia per chi ha ricevuto una diagnosi recente. Questo podcast illustra il corso e mostra come stiamo formando i nostri relatori.

SPEAKER_01

Benvenuti a questa nuova analisi approfondita. Oggi la nostra esplorazione ha una missione molto specifica e anche direi molto pratica. Praticamente stiamo per lanciare un programma di terapia per chi ha ricevuto una diagnosi recente di Parkinson e questo podcast illustra proprio gli obiettivi e i contenuti del corso e insomma mostra come stiamo formando i nostri docenti.

SPEAKER_00

Esatto, un lancio davvero importante. E per preparare quest'analisi abbiamo esaminato una montagna di materiali. Parliamo di protocolli psicologici, linee guida mediche super aggiornate, come il famoso protocollo Regen, e ovviamente i manuali operativi.

SPEAKER_01

Tutti i materiali che servono per questo programma che si chiama Vida Felice, che tra l'altro deriva da un modello americano chiamato Fir Steps ed è un corso intensivo di 14 ore.

SPEAKER_00

14 ore, esatto, divise in tre giorni. Ma sai qual è la particolarità fondamentale? Cioè, la cosa che cambia davvero le regole del gioco.

SPEAKER_01

Il fatto che i docenti sono loro stessi il Parkinson, giusto?

SPEAKER_00

Assolutamente sì, sono persone con il Parkinson che formano altri neodiagnosticati. L'obiettivo ultimo qui non è solo fare informazione, ma trasformare queste persone da vittime passive della malattia a veri e propri protagonisti attivi della loro vita.

SPEAKER_01

Che poi per chi ci ascolta oggi, che sia un formatore, un professionista della salute o anche solo una mente curiosa, questo è un caso di studio magistrale. Ci fa vedere come la medicina stia passando dall'attesa passiva all'empowerment attivo del paziente. Ma per capire perché questo corso Vida Felice è strutturato così, dobbiamo partire dal punto zero.

SPEAKER_00

Cioè dal momento esatto della diagnosi.

SPEAKER_01

Esatto, dal trauma emotivo. Le fonti che abbiamo letto descrivono la diagnosi come usano proprio il termine bomba atomica, una bomba che divide la vita in un prima e un dopo.

SPEAKER_00

È una lacerazione totale. E i manuali per i docenti specificano che chiudere se stessi in una specie di stanza bulia piena di apatia e isolamento è del tutto normale all'inizio.

SPEAKER_01

Giusto, cioè la paura, l'ansia. Affrontare le classiche cinque fasi del lutto non sono segni di debolezza.

SPEAKER_00

No, per niente. Sono risposte umane e fisiologiche. Il vero nemico in quella fase non è solo la malattia, ma la disinformazione.

SPEAKER_01

Ah, la disinformazione è terribile in questi casi.

SPEAKER_00

Terribile, sì. Il corso, infatti, mira proprio a sfatare il mito che il Parkinson sia una condanna a morte rapida e per farlo propongono un cambiamento di paradigma che trovo geniale, il passaggio dal modello della macchina al modello del giardino.

SPEAKER_01

Uh, questo mi è piaciuto tantissimo. Ok, cerchiamo di capire bene insieme a chi ci ascolta. Il modello della macchina è il vecchio approccio della medicina, giusto? Quello in cui il corpo è visto come un motore di epoca vittoriana.

SPEAKER_00

Praticamente sì. Il cervello ha degli ingranaggi, la dopamina si blocca e l'ingranaggio è rotto. In questa visione il paziente è solo il proprietario passivo di un'autoguasta e sta seduto in sala d'attesa aspettando che il meccanico, cioè il medico, faccia il miracolo.

SPEAKER_01

E invece, il modello del giardino capovolge tutto. Vede il cervello come un ecosistema dinamico, vivo, grazie alla neuroplasticità.

SPEAKER_00

Esatto, la neuroplasticità è la chiave. Se cade un albero e blocca il sentiero principale del tuo giardino non è che il giardino è finito.

SPEAKER_01

Il paziente diventa il giardiniere.

SPEAKER_00

Diventa il giardiniere che prende in mano gli attrezzi e traccia un sentiero nuovo.

SPEAKER_01

In sostanza stiamo dicendo ai formatori di insegnare che la neurologia tradizionale ti le pillole e ti dice di aspettare che l'orologio si fermi. Mentre questo corso ti mette in mano una pala e dei simi e ti dice di darti da fare.

SPEAKER_00

Funziona meravigliosamente quando a dirtelo è qualcuno che ha la tua stessa diagnosi. I gruppi guidati da pari permettono ai neodiagnosticati di sentirsi affermati, validati e alla fine trasformati.

SPEAKER_01

Ma scusa, come si convince una persona che è ancora sotto shock a prendere in mano quella pala? Cioè, serve una mappa mentale per farla uscire dalla stanza buia?

SPEAKER_00

E la mappa c'è, il corso si basa su un percorso psicologico a gradini molto preciso. I docenti devono padroneggiare il protocollo ACMA ACMA ACMA.

SPEAKER_01

Partiamo dall'A che sta per accettare.

SPEAKER_00

E l'aspetto affascinante qui è che accettazione non significa sottomissione. I manuali usano una metafora bellissima, quella del ring da box.

SPEAKER_01

Ah sì, quella di boxare bendati.

SPEAKER_00

Proprio quella. Se tu rifiuti la diagnosi è come se salissi sul ring con una benda sugli occhi. Continui a prendere pugni, fai una fatica tremenda e non capisci da dove arrivano i colpi.

SPEAKER_01

E togliere la benda significa accettare di essere sul ring. Non smetti di combattere, ma almeno vedi l'avversario.

SPEAKER_00

Esattamente. E una volta tolta la benda, passi alla C, comprendere, ovvero l'alfabetizzazione sanitaria, health literacy.

SPEAKER_01

E questo serve a rimuovere la paura dell'ignoto, che tra l'altro abbassa i livelli di cortisolo e a questo proposito c'è un dato nelle fonti che mi ha lasciato a bocca aperta, l'effetto nocebo.

SPEAKER_00

Il gemello cattivo dell'effetto placeu, diciamo.

SPEAKER_01

Sì, cioè le ricerche dimostrano che l'aspettativa negativa, la paura costante, attiva l'amigdala nel cervello e inizia a produrre CCK, la colecistochinina.

SPEAKER_00

È pazzesco, in pratica l'ansia si trasforma fisicamente in dolore muscolare e rigidità.

SPEAKER_01

Trasforma un'emozione in un sintomo fisico. Per questo togliere la benda e comprendere è letteralmente una terapia medica. Blocca la produzione di CCK.

SPEAKER_00

E una volta bloccata l'ansia, si arriva alla M diatchma, motivare o costruire la convinzione. Qui i docenti usano il concetto di autoefficacia di bandura.

SPEAKER_01

Che sarebbe l'idea che se credi di potercela fare, effettivamente ottieni risultati migliori.

SPEAKER_00

Esatto. I dati mostrano che se il paziente ha una forte convinzione, il suo esito fisico a lungo termine è di gran lunga migliore rispetto a un paziente con sintomi iniziali meno gravi, ma senza alcuna motivazione.

SPEAKER_01

E usano trucchetti pratici come il metodo gelato giusto?

SPEAKER_00

Sì, il metodo gelato. Legare un compito difficilissimo, come magari 30 minuti di esercizi posturali, a una piccola ricompensa immediata e piacevole.

SPEAKER_01

Per ingannare i circuiti di ricompensa del cervello.

SPEAKER_00

E poi si chiude con l'ultima A del protocollo Hatchma: Azione.

SPEAKER_01

Perché, come dicono i materiali, il pensiero senza azione è come mangiare senza cibo. Devi tradurre tutta questa psicologia in una disciplina quotidiana. Ma questo solleva una questione complessa per i nostri docenti. Cioè come si fa a insegnare l'accettazione senza farla sembrare una resa? C'è il rischio sottile che i pazienti ascoltando pensino che accettare significhi semplicemente arrendersi. Come evitano questa trappola?

SPEAKER_00

Se colleghiamo questo al quadro generale, i docenti sfruttano il fenomeno della crescita post-traumatica. Non dicono rassegnati. Dicono integra la malattia nella tua identità, ma usala come uno strumento per la libertà.

SPEAKER_01

Uno strumento per la libertà.

SPEAKER_00

Sì, perché se capisci che l'esercizio fisico e la disciplina sono l'unica via per mantenere la tua autonomia, l'aderenza terapeutica schizza alle stelle. Non lo fai per curarti, lo fai per restare libero.

SPEAKER_01

Fantastico. E una volta gettate queste basi psicologiche, il programma di tre giorni passa alle strategie pratiche, svelando quella che i materiali chiamano la vera verità.

SPEAKER_00

E la vera verità è che si possono ridurre i sintomi fino al 60% senza aggiungere farmaci extra.

SPEAKER_01

60% è un numero enorme. E come ci riescono?

SPEAKER_00

Attraverso i quattro pilastri del programma Vida Felice.

SPEAKER_01

Esatto. Il primo è la medicina, che funge da carburante. Serve la dopamina per far muovere il corpo, non c'è dubbio.

SPEAKER_00

Certo, le pillole servono.

SPEAKER_01

Ma se costruisci una casa con un solo muro, cioè solo le pillole, alla prima folata di vento crolla tutto. Servono gli altri tre pilastri. Il movimento, che serve a ricalibrare e ricablare il cervello, lo stile di vita, che è il terreno biologico su cui lavori.

SPEAKER_00

Ah, lo stile di vita intende la dieta e il sonno?

SPEAKER_01

Sì, igiene del sonno perfetta, e diete antinfiammatorie come la dieta mind o quella mediterranea. E infine il quarto pilastro è la psicologia, che è la mentalità. E a proposito del pilastro del movimento, c'è una differenza abissale nei materiali tra l'esercizio standard e quella che chiamano neuroterapia.

SPEAKER_00

Una differenza fondamentale che i docenti devono spiegare benissimo.

SPEAKER_01

Perché dicono che la fisioterapia normale o farsi una passeggiata fa benissimo al cuore e all'umore, ma non ricabla il cervello?

SPEAKER_00

No, perché per ricablare il cervello serve il passaggio al controllo manuale. Nel Parkinson, i gangli della base, che sono diciamo il pilota automatico dei nostri movimenti, si guastano.

SPEAKER_01

Quindi i movimenti diventano piccoli, lenti, impercettibili.

SPEAKER_00

E il corso insegna l'approccio della dottoressa Becky Farley: pensare prima di muoversi. I pazienti devono esegui movimenti esagerati, ampi, complessi, in modo totalmente conscio.

SPEAKER_01

E qui la cosa si fa davvero interessante, secondo me. Perché se ho capito bene l'analogia delle fonti, l'esercizio standard è un po' come guidare in un'autostrada dritta, deserta e col cruise controllo inserito.

SPEAKER_00

Esatto, il cervello in pratica dorme.

SPEAKER_01

Dorme. La neuroterapia invece è come guidare un fuoristrada su una montagna piena di fango e rocce usando un cambio manuale molto duro. Il cervello è costretto a rimanere ipervigile e così crea nuovi collegamenti neurali. È questo che i formatori devono far capire.

SPEAKER_00

Proprio così. E qui entra in gioco la scoperta clamorosa del dottor J. Alberts sull'esercizio forzato.

SPEAKER_01

Quella sulla cicletta.

SPEAKER_00

Sì. Alberts ha dimostrato che la regola del 35%, cioè fare uno sforzo moderato non basta per il Parkinson. Bisogna spingersi in quella che chiamano la Magic Zone.

SPEAKER_01

80-90 pedalate al minuto giusto. Profico cerebrale, che le fonti chiamano il Miracle Grow, il fertilizzante del cervello.

SPEAKER_00

Perfetto, è letteralmente un fertilizzante che stimola la crescita di nuove vie neurali. Costruisci strade nuove attorno a quelle interrotte dalla malattia.

SPEAKER_01

Ok, abbiamo visto cosa viene insegnato e perché, ma il successo del programma dipende da come viene insegnato. Immaginiamo questi formatori che fanno lezione via web, su Zoom, con un gruppo di 5-8 persone.

SPEAKER_00

Tutti neodiagnosticati e tutti, formatori compresi, che convivono con la malattia.

SPEAKER_01

Il famoso approccio peer-to-peer, che ha il potere immenso dell'empatia, perché, come dicono i testi, nessuno capisce davvero il Parkinson, a meno che non abbia il Parkinson.

SPEAKER_00

Verissimo, ma porta con delle sfide pedagogiche uniche, anzi titaniche direi. La prima grande sfida per i docenti è gestire l'ipominia.

SPEAKER_01

Ah, la maschera facciale.

SPEAKER_00

Sì, la rigidità dei muscoli del viso. I docenti vengono istruiti a non fare assolutamente affidamento sui segnali visivi durante le call.

SPEAKER_01

Immagino la scena, cioè un partecipante potrebbe avere un'espressione totalmente vuota o magari sembrare arrabbiato o annoiato, amorto.

SPEAKER_00

E invece sta seguendo con grandissima attenzione, ma il suo viso non riesce a comunicarlo a causa della malattia.

SPEAKER_01

Se tu sei il docente e vedi facce annoiate, ti viene il panico.

SPEAKER_00

L'istinto è di accelerare o di pensare che stai sbagliando tutto, invece i docenti imparano a usare la domanda positiva, esplicita, chiedono feedback vocale, diretto, invece di cercare di interpretare le espressioni dei volti sullo schermo.

SPEAKER_01

Geniale! E la seconda sfida è quella dei tempi di attesa, le latenze.

SPEAKER_00

Altra cosa fondamentale. I pazienti possono sperimentare lentezza nell'elaborazione dei concetti o nel trovare la parola giusta. I formatori devono praticare la pausa.

SPEAKER_01

La pausa. Noi siamo abituati a riempire i silenzi, no? Ci metti un secondo di troppo a rispondere e io finisco la frase al posto tuo.

SPEAKER_00

Che è la cosa peggiore da fare. I docenti devono dare tempo di elaborazione e creare uno spazio sicuro dove il silenzio prolungato è del tutto normale e rispettato.

SPEAKER_01

Questo richiede una pazienza e una preparazione incredibili. E poi c'è la terza sfida, la separazione dei gruppi, perché le fonti dicono chiaramente di non mischiare tutti insieme.

SPEAKER_00

Assolutamente no. I docenti imparano a dividere partecipanti per esigenze specifiche. Per esempio ci sono sessioni mensili dedicate solo all'esordio giovanile.

SPEAKER_01

Chi riceve la diagnosi ha 40 o 50 anni?

SPEAKER_00

Sì, perché hanno problemi diversi. Devono parlare di lavoro, di come gestire i viaggi d'affario, di come comunicare la diagnosi ai figli ancora piccoli. Non puoi metterli nello stesso gruppo di chi ha 80 anni, le priorità sono mondi a parte.

SPEAKER_01

Ha molto senso. E un'altra parte delicata è la quarta sfida, il ruolo dei caregiver, dei familiari.

SPEAKER_00

Che è essenziale. I docenti devono insegnare alle famiglie a non diventare loro stessi la causa dello stress per il paziente.

SPEAKER_01

Ho letto di quella trappola del nagging, cioè del tormentare continuamente il paziente. Hai preso la pillola? Fai ginnastica? Per non ti muovi?

SPEAKER_00

Che nasce dall'amore e dalla preoccupazione per carità, ma distrugge l'autonomia del paziente. I docenti supportano una formula diversa da insegnare ai caregiver, e cioè caro o cara, se hai bisogno io ci sono.

SPEAKER_01

Molto più potente, un supporto periferico, ma costante, che restituisce la responsabilità al giardiniere, per tornare alla nostra metafora.

SPEAKER_00

Esatto.

SPEAKER_01

Ma questo solleva una domanda importante per chi ascolta. Quindi, cosa significa tutto questo per la struttura pratica del corso? Cioè, mi metto nei panni di un neodiagnosticato in Zoom per quattro ore a sessione ad ascoltare DACM, BDNF e neuroterapia. Non è un carico cognitivo enorme.

SPEAKER_00

Questo è un punto cruciale. Assolutamente sì, è un carico pesantissimo. E infatti le note per i formatori sottolineano un aspetto logistico vitale: pause. Pause frequenti e strutturate.

SPEAKER_01

Per riposarsi dalla fatica dello schermo.

SPEAKER_00

Non solo. Per riposare la voce, per gestire la rigidità muscolare di stare seduti e soprattutto per far coincidere il corso con i periodi on dei loro farmaci.

SPEAKER_01

Ah, le finestre temporali in cui la levodopa funziona al massimo.

SPEAKER_00

Energico, sarebbe del tutto inefficace, oltre che frustrante.

SPEAKER_01

Tutto è calcolato al millimetro per garantire il successo. Bene, facendo una sintesi di questa nostra esplorazione abbiamo sezionato la struttura davvero formidabile del programma Vida Feliz.

SPEAKER_00

Abbiamo visto che l'obiettivo non è informare ma trasformare radicalmente la percezione della malattia.

SPEAKER_01

Dalla passività del modello a macchina all'attività instancabile del giardino. E abbiamo esplorato gli strumenti avanzati dati in mano ai docenti dal protocollo psicologico ACMA alla neuroterapia manuale per spingere il BDNF fino alle tecniche di conduzione specifiche su Zoom per aggirare la malattia.

SPEAKER_00

Come lipominia e tempi di attesa. Perché ci ascolta questo veramente l'emblema del patient advocacy? La tutela e responsabilizzazione del paziente fatta nel modo giusto.

SPEAKER_01

Perché l'informazione di alta qualità veicolata con l'empatia profonda dei pari non è solo un semplice conforto emotivo.

SPEAKER_00

È una terapia.

SPEAKER_01

Una terapia medica a tutti gli effetti, che altera la chimica cerebrale, riduce il cortisolo e migliora i risultati a lungo termine. E questo ci porta a un pensiero provocatorio finale che vorrei lasciare a chi ci sta seguendo. E se applicassimo questo stesso identico paradigma di scuola invece di ospedale e di docenti pazienti ad altre diagnosi che cambiano la vita.

SPEAKER_00

Una bella prospettiva.

SPEAKER_01

Se il futuro della sanità per tutte le malattie croniche non fosse nei corridoi steri e freddi di una clinica, ma in aule virtuali o reali dove i veterani insegnano alle nuove reclute non solo come sopravvivere, ma come diventare i protagonisti invincibili del proprio giardino. È un'idea profonda su cui vi invitiamo a riflettere fino alla nostra prossima esplorazione.

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